domenica, Febbraio 15, 2026
HomeMisteriL’Epopea sumera di Gilgamesch scoperta in America latina

L’Epopea sumera di Gilgamesch scoperta in America latina

“Le scoperte nel sito Moche di Pañamarca, nella valle di Nepeña, nel Nord del Perù”

Secondo la classica visione storica non ci furono contatti del mondo medio-orientale con le Americhe prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo, nel 1492. Ma allora come arrivarono queste storie in America? Qui inizia la mia ricerca che vi porterà dove meno immaginate. Di recente sono venuto a conoscenza di un interessante scoperta archeologica, mi riferisco ai dipinti trovati durante gli scavi nel sito Moche di Pañamarca, nella valle di Nepeña, nel Nord del Perù. Tra le nuove scoperte, spicca una sala chiamata “Sala dell’Immaginario Mochica”. A mio parere, ed essendo il primo a dirlo, mi prenderò pure tutte le critiche del caso, appare palese e non capisco come l’evidenza possa essere sfuggita agli esperti, vi è la rappresentazione di alcune scene dell’epopea di Gilgamesh. Sui muri dell’antico sito, una figura mi ricorda Gilgamesch con in mano la pianta dell’immortalità, altre due figure mi ricordano Gilgamesch ed Enkidu, sotto a questa un mostro insegue un uomo e una donna è assisa sul trono.

Come non vedere Gilgamesh alle prese con il mostro Humbaba e Ishtar la dea che lo ha mandato ad uccidere perché aveva rifiutato le sue avances.
In questo libro individueremo le “Divinità antiche” che portarono nel nostro pianeta una duale e millenaria battaglia volta a creare “l’Immortalità dei Divini”, delle “Forze oscure” staccatesi dalla Fonte primaria di Creazione. Esseri giunti dallo spazio profondo sulla Terra che da millenni è un pianeta gestito da “alieni”, “uno Zoo” su cui sperimentare, “cibarsi”, cercando “l’oro” per la loro stessa esistenza; un mondo le cui risorse sono appetibili, un mondo dove la stessa umanità è una risorsa che viene sfruttata per produrre e sottrarre Energia. Qui reinterpretando l’Epopea di Gilgamesh un antico gigante, un semidio ibrido anunnaki di undici cubiti di altezza, circa 5 metri; scoveremo i suoi segreti che velatamente ha voluto svelare e comunicare all’umanità. Confronteremo i messaggi reconditi nascosti nella sua Epopea, con le moderne fonti di contattismo poco conosciute di ricerca e rivelazione che confermano una presunta realtà di soggiogazione.

L’Epopea sumera di Gilgamesch scoperta in America latina

Di recente sono venuto a conoscenza di un interessante scoperta archeologica, mi riferisco ai dipinti trovati durante gli scavi nel sito Moche di Pañamarca, nella valle di Nepeña, nel Nord del Perù. Tra le nuove scoperte, spicca una sala chiamata “Sala dell’Immaginario Mochica”. A mio parere, ed essendo il primo a dirlo, mi prenderò pure le critiche del caso, appare palese e non capisco come l’evidenza possa essere sfuggita agli esperti, vi è la rappresentazione di alcune scene dell’epopea di Gilgamesh. Sui muri dell’antico sito, una figura mi ricorda Gilgamesch con in mano la pianta dell’immortalità, altre due figure mi ricordano Gilgamesch ed Enkidu, sotto a questa un mostro insegue un uomo e una donna è assisa sul trono. Come non vedere Gilgamesh alle prese con il mostro Humbaba e Ishtar la dea che lo ha mandato ad uccidere perché aveva rifiutato le sue avances.
Nei dipinti sulle antiche pareti scene sorprendenti, dell’epopea sumera ecco la creatura mostruosa di Humbaba che insegue un Gilgamesh.

Nella “Sala delle Serpi Intrecciate” (Sala de las Serpientes Trenzadas), con pilastri decorati da immagini di serpenti antropomorfi e scene di guerrieri, come non rievocare il Serpente che ruba la pianta dell’immortalità al nostro eroe Gilgamesh, come non ricordare il racconto sumero di “Inanna e l’albero Huluppu”, in cui la dea Inanna pianta un albero molesto nel suo giardino e chiede aiuto alla sua famiglia, Gilgamesh appare come il suo fedele fratello che viene in suo aiuto. Proprio In questa storia, Inanna (la dea sumera dell’amore e della guerra) pianta un albero nel suo giardino, con la speranza di farne “un giorno” una sedia e un letto. L’albero, tuttavia, viene infestato da un serpente alle radici, da una femmina di demone (lilitu) al centro e un uccello Anzû/Imdugud tra i suoi rami, l’uccello delle tempeste che rubò le Tavolette del Destino al dio Enlil.
A prescindere da tutto, Inanna non riesce a sbarazzarsi dei parassiti, e così chiede aiuto a suo fratello Utu, dio del sole. Utu rifiuta, ma la sua supplica viene ascoltata da Gilgamesh, che arriva, pesantemente armato, e uccide il serpente. Quindi, il demone e l’uccello Anzu fuggono e Gilgamesh, dopo aver preso i rami per sé, presenta il tronco a Inanna, affinché questa costruisca il suo letto e la sua sedia.

Si pensa che questa sia la prima apparizione di Gilgamesh in una poesia eroica, e il fatto che abbia salvato una dea autorevole e potente da una situazione difficile mostra l’alta considerazione in cui lui era tenuto sin dall’inizio.
Infatti, non a caso in questi dipinti moche, vediamo serpenti intrecciati nelle gambe di un’altra figura, che mi ricorda l’azteca Coaticlue, “quella dalla gonna di serpenti”; ma soprattutto quella donna seduta sul trono, una leader con una veste raffinata di altissimo rango, come non pensare alla Dea Ishtar. Non a caso la sua associazione con la luna e il mare suggerisce una connessione profonda con il divino e il naturale, incarnando potere spirituale e politico.

Nulle pareti della Sala alcune scene in cui predomina il citato personaggio femminile si vede la donna sul trono parlare a un “uomo uccello”, “classica raffigurazione sumera”; come non chiedersi se sia l’uccello Anzu? In un’altra figura una donna incoronata alza il calice. In un’altra ancora la protagonista brandisce uno scettro e un sonaglio-serpente. Infine si vede una processione di uomini.

Altri dipinti sono inquietanti: includono una figura con corpo umano ma gambe di ragno che regge un calice e un insieme di donne intente a filare e tessere. Come non pensare a UTTU la dea-ragno sumerica. Era, guarda caso, proprio la protettrice dei tessitori, dei sarti, della filatura, della tessitura e degli indumenti, figlia del dio Enki e della dea Ninkurra. È nota soprattutto per il suo ruolo nel racconto mitologico di Enki e Ninḫursaĝ, in cui denuncia alla dea-madre la violenza subita da parte del dio Enki, chiedendole di rimuovere il seme del dio dal suo corpo, fecondando così la terra e dando vita alle prime otto piante ed alberi. Tutte scene, quelle moche, che trovano un’interpretazione nelle trame sumere.

L’Epopea sumera di Gilgamesch scoperta in America latina

La civiltà Moche o Mochica fiorì lungo la costa settentrionale del Perù tra il 100 e l’850 d.C. e fu una delle culture precolombiane più avanzate del Sud America. I Moche svilupparono una società complessa, caratterizzata da un’architettura monumentale, come piramidi e piattaforme in adobe, e una straordinaria arte ceramica. Le loro ceramiche e pitture murali rappresentano scene di vita quotidiana, rituali religiosi e battaglie, oltre a figure mitologiche che mi ricordano le saghe sumere.
Le testimonianze archeologiche trovate durante gli scavi nel sito Moche di Pañamarca, nella valle di Nepeña, nel Nord del Perù, sono davvero singolari e mi portano a pensare che siano proprio raffigurazioni dell’Epopea sumera di Gilgamesh. Del resto non è la prima volta che si trovano tracce di storia sumera in America latina, come non ricordare la Biblioteca di metallo dii padre Carlo Crespi (1891-1982), che giunto nella selva amazzonica ecuadoriana nel 1927 ha sempre dichiarato ai suoi intervistatori che gli chiedevano da dove venivano quegli antichi e curiosi reperti: “Tutto quello che gli indios “indigeni Suhar” mi hanno portato dalla caverna risale a epoche antiche, prima di Cristo. La maggioranza dei simboli e di alcune rappresentazioni preistoriche risalgono ad epoche antecedenti il Diluvio”. Preciso che la Caverna è quella della regione amazzonica ecuadoriana chiamata Morona Santiago dove di fatto, esiste una caverna molto profonda, detta in spagnolo Cueva de los Tayos. Alcuni reperti di Crespi sono stati analizzati da riconosciuti archeologi: per esempio il professor Miloslav Stingi, membro dell’Accademia delle scienze di Praga, dopo aver analizzato alcuni reperti di Padre Crespi disse:
Il sole è spesso parte centrale di alcuni reperti incaici, ma l’uomo non è stato mai messo sullo stesso piano rispetto al sole, come vedo in alcuni di questi reperti. Vi sono rappresentazioni di uomini con dei raggi solari che si dipartono dalle loro teste, e vi sono uomini rappresentati con punti, come fossero stelle uscendo da loro stessi. Il simbolo sacro del potere è sempre stato la mente, ma in questi reperti la mente o il capo, è rappresentata simultaneamente come il sole o una stella. Con questa dichiarazione Stingi, propende per sostenere che alcuni dei reperti di Crespi non hanno una derivazione indigena (che sia andina o amazzonica), ma hanno origine differente. Osservate con attenzione la placca d’oro che riporto qui sotto che ci ricorda tanto il simbolo massonico piramidale di controllo e manipolazione del pianeta: è una piramide con alla sua sommità un sole.

molto stranamente i gradini della piramide sono 13 e il sole posto nella sua sommità ricorda l’occhio onniveggente. Ai lati vi sono poi due felini, due elefanti e due serpenti. Alla base della piramide vi sono le lettere di un alfabeto arcaico, che secondo alcuni ricercatori sarebbe un proto-fenicio.
La piramide, il sole posto alla sua sommità e i 13 gradini sono indubbiamente simboli massonici. Sappiamo che la Massoneria ha origini che si rimontano alla notte dei tempi, e pertanto questa potrebbe essere una placca aurea di culture medio-orientali. Notiamo inoltre che gli elefanti non sono presenti in Sud America (se non prima del diluvio, i mastodonti, che si sono estinti con gli altri animali della megafauna nel 9500 a.C.), e questo rafforza la tesi che l’oggetto in questione abbia un’origine non americana. Per quanto riguarda i felini, essi non sono puma o giaguari (tipici delle culture andine e amazzoniche), ma gatti, animali sacri dell’antico Egitto. Il serpente poi è un simbolo universale adorato in tutte le culture del mondo antico, come immagine del rigenerarsi della vita, e metafora dell’utero della donna (sta, infatti, negli anfratti dei fiumi). Un ultimo particolare: nel lato sinistro rispetto al sole vi sono 4 piccoli circoli, mentre nel lato destro vi sono 5 piccoli circoli. Si tratta dei 9 pianeti del sistema solare?

L’Epopea sumera di Gilgamesch scoperta in America latina

Sopra vediamo un confronto tra alcuni reperti sumerici e quelli rinvenuti in Ecuador; il bassorilievo sumero in alto a sinistra, mostra alcune figure intente nel fare qualcosa attorno a quello che potrebbe essere interpretato come l’albero della vita, la particolarità della raffigurazione oltre al “pilota” che sovrintenderebbe alla presunta funzione oppure all’attività è che non può non essere riconoscibile, seppure sotto forma di ideogramma la stessa raffigurazione usata nel culto e nella religione zoroastriana. Notare quegli esseri antropomorfi alati, con testa di aquila che reggono con la sinistra una sorta di borsetta che alcune interpretazioni vedono come i semi della conoscenza e del sapere. Ora, osserviamo il reperto sopra al centro “rinvenuto” in Ecuador, si nota che il soggetto è esattamente lo stesso identico soggetto del manufatto sumero; ali, testa di aquila crestata, borsetta o secchiello retto con la mano sinistra, identica postura delle braccia e delle gambe, seppure nelle due raffigurazioni ci siano delle diversità, queste sono sostanzialmente marginali.

Potremo parlare anche del sacerdote di Pacopampa inumato intorno al 900 a.C. o alla Signora di Pacopampa, sacerdoti del Serpente Giaguaro. Poi come scordare il Monolito di Pokotia e il Fuente Magna che riportano iscrizioni sumere, che furono decifrate dall’epigrafista Clyde Winters. Il Vaso Fuente in particolare è un recipiente in pietra molto grande, utilizzato probabilmente durante le cerimonie religiose. Il curioso manufatto è attualmente al centro di numerose controversie, dato che sul vaso compaiono per l’appunto, scritte cuneiformi in proto-sumero. Come è arrivata quella ciotola in America meridionale?

Le evidenze come abbiamo visto non mancano che fanno supporre sporadici contatti con il Sud America, a partire dall’epoca dei Sumeri. Di fatto la teoria del pre-contatto dei Sumeri è supportata sia da elementi di somiglianza linguistica dell’antico idioma sumero con la lingua aymara parlata ancora oggi in Bolivia, sia da reperti rinvenuti presso il lago Titicaca e sopra citati.

Non vi è dubbio che sia i Sumeri che i Fenici, fossero grandi navigatori e potrebbero aver circumnavigato l’Africa partendo dal Mar Rosso e dirigendosi verso il Capo di Buona Speranza. Una volta giunti presso le isole di Capo Verde, i venti contrari, ovvero gli alisei, potrebbero averli portati verso l’Amazzonia in Brasile. Infatti, secondo questa teoria il secondo popolo di navigatori che giunse occasionalmente al Brasile furono ptoprio i Fenici, che lasciarono nel continente sud americano molte più evidenze archeologiche e fonemi linguistici nelle lingue locali, come il Tupi Guaraní. Uno dei primi sostenitori della teoria della presenza antica dei Fenici in Brasile fu il professore di storia austriaco Ludwig Schwennhagen (XX secolo), che nel suo libro “Storia antica del Brasile”, citava gli studi di Umfredo IV di Toron (XII secolo), che a sua volta aveva descritto i viaggi del re Hiram di Tiro (993 a.C.), e re Salomone di Giudea (960 a.C.), fino all’estuario del Rio delle Amazzoni.
Secondo Schwennhagen la lingua Tupi Guaraní avrebbe la stessa origine delle lingue medio-orientali e, in particolare mostrerebbe molte similitudini con la lingua sumera.
Per quanto riguarda le evidenze archeologiche e documentali, che proverebbero l’arrivo e la presenza antica di fenici in Brasile, si deve innanzitutto citare la questione della Pietra di Paraiba, che fu rinvenuta nel 1872 presso Pouso Alto (Paraiba). Poi come non citare la Pedra di Gavea e la Pedra do Ingá,
la prima, ubicata presso Barra da Tijuca nello Stato di Rio de Janeiro, riporta dei petroglifi che sono stati parzialmente decifrati dallo studioso Bernardo de Azevedo da Silva Ramos. (Inscrições e Tradições da América Pré-Histórica, 1932).
Secondo questa interpretazione l’iscrizione potrebbe essere translitterata in questo modo:
LAABHTEJBARRIZDABNAISINEOFRUZT
Che tradotto significherebbe:
Qui Badezir, re di Tiro, figlio più vecchio di Jetbaal

L’iscrizione rimonterebbe pertanto all’incirca all’840 a.C., in quanto Jetbaal regnò fino all’847 a.C.
Se non bastasse, come non ricordare la mia ricerca sulle due città fondate dal profeta Enoch, sotto raffigurate dove appare chiara la somiglianza planimetrica di Gerusalemme ai tempi di Gesù con Tenochtitlán ai tempi dei conquistadores spagnoli di Cortés. Tenete conto delle modifiche avvenute nel tempo, ad esempio l’ampliamento del tempio di Salomone a Gerusalemme e molte altre varianti apportate; ma nonostante tutto, ciò non toglie le analogie dello schema progettuale originale, che vede la “Casa di Dio” l’occhio principale che combacia con l’abitacolo di quella che appare essere una sorta di “astronave”, motivo evidente in tutte e due le planimetrie qui sopra proposte e riconducibili a molte altre città del mondo. Ma questa è un’altra ricerca che lascio ai lettori del mio libro: The “spaceship Cities” founded by the patriarch Enoch.

I disegni abbozzati nel 1870 da pioniere Carrizo Plain Maria Brum¬ley Noyes, riproducenti alcuni pittogrammi provenienti da un sito sacro cerimoniale dei nativi americani, ”indiani Chumash”, presso la Rocca Carisache si trova nella piana di Carrizo nella parte orien¬tale del San Luis Obispo County, California. Notare il confronto con l’Occhio di Quetzalcoatl dove i tratti essenziali delle immagini sem¬brano rappresentare lo stesso oggetto. Bisogna considerare che se mettessimo 10 persone a disegnare lo stesso oggetto avremmo rappresentazioni diverse, in base alla capacità artistica individua¬le, che però, come in questo confronto, avrebbero tratti essenziali comuni. Anche nel nord America si videro queste astronavi ed i loro popoli conoscevano le città sacre come Tiahuanaco, infatti gli Apaches in Arizona, consideravano Tiahuanaco un centro del loro leggendario passato e la descrissero, senza averla mai vista, ricordando la statua del Bianco Barbuto.

di Lucio Tarzariol

scarica app universo7p
universo7p
universo7phttps://www.universo7p.it/
Universo7p News su Misteri, mistero ufo, Anunnaki nibiru elohim, notizie Alieni e ufonews Misteri Ufologici Spazio, notizie sulla Scienza.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

News

error: