venerdì, Maggio 29, 2020
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L’anello mancante nell’evoluzione umana

L’anello mancante nell’evoluzione umana

Nel 1996 lo studioso Alan F. Alford pubblica un testo di grande impatto antropologico: “Gods of the millennium”; un libro interamente dedicato alla genesi dell’umanità e ai grandi misteri che avvolgono gli albori della civiltà. Tra le tanti tesi sostenute una delle più interessanti riguarda il cammino dell’evoluzione del genere umano, mettendo a confronto i due principali filoni, quello religioso della creazione divina e quello scientifico riconducibile al celeberrimo scienziato Darwin.

Siamo infatti nel 1859 quando Charles Darwin sviluppa un’idea rivoluzionaria per l’epoca, ipotizzando che tutte le creature viventi si siano evolute grazie ad un processo di selezione naturale. Sebbene le sue teorie non si riferissero al genere umano fu chiaro che le implicazioni erano davvero inevitabili e condussero a un mutamento radicale nel modo che l’uomo ha di considerare se stesso. In un solo colpo l’uomo passò da essere creato da Dio a scimmia evoluta nel meccanismo della selezione naturale.

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Ma se i concetti della selezione naturale sono ben applicabili al mondo animale, quando si analizza il genere umano qualcosa non torna. Già Alfred Wallace, collaboratore di Darwin, sospettò un intervento esterno e dichiarò che “una qualche potenza intelligente ha guidato o determinato lo sviluppo dell’uomo”. Dopo più di un secolo e mezzo gli scienziati di tutto il mondo non sono ancora riusciti a dimostrare il contrario, fallendo nel tentativo di trovare l’anello mancante tra uomo e scimmia, e non riuscendo a spiegare la complessità di organi come il cervello.

Se infatti il 98% del patrimonio genetico è analogo tra uomo e scimpanzé, non è chiaro come solo il 2% possa aver influito così tanto nella diversità tra le due specie, aggiungendo valori molto vantaggiosi come il linguaggio, il cervello, la sessualità, etc. Quello che si chiede Alford è capire come circa 200.000 mila anni fa l’ominide noto come Homo erectus si sia trasformato improvvisamente in Homo sapiens: aumentando del 50% la dimensione del cervello, acquisendo la capacità di parlare e un’anatomia moderna. I principi dell’evoluzionismo, infatti, applicati alla razza umana non spiegano come sia stato possibile questo repentino miglioramento.

Tra i diversi principi analizzati, emerge quello dell’uso dei primi rudimentali utensili, che contraddistinguendo i primi ominidi, avrebbe permesso il miglioramento del cervello umano. Anche altri animali però utilizzano da sempre utensili di vario tipo per il loro fabbisogno, ad esempio gli avvoltoi usano pietre per rompere le uova di struzzo o il fringuello che adopera dei legnetti per scovare gli insetti negli alberi, e anche le stesse scimmie, i nostri parenti più prossimi, utilizzano rudimentali utensili ma di certo queste specie non si stanno evolvendo.

Da anni gli antropologi tentano così di spiegare un’evoluzione per gradienti, che dai i primi ominidi (circa 30milioni di anni fa) passa per l’Homo erectus (circa 2 milioni di anni fa) fino ad arrivare all’Homo sapiens che però, presenta numerose anomalie evolutive, spuntate in un lasso di tempo troppo breve. Alford così propone un intervento concentrato di tipo genetico operato da “dei” in carne e ossa. Nel testo le teorie di Alford sono corroborate dallo studio approfondito di testi antichi e da alcune prove scientifiche che di recente sono state suffragate dai progressi medici.
Con le moderne scoperte dell’ingegneria genetica, infatti, siamo in grado di poter realizzare modifiche sostanziali su qualsiasi specie presente sulla terra, quindi non è escluso che qualcun altro possa aver fatto lo stesso con noi.

Attualmente la scienza genetica applicata è in grado di compiere sostanzialmente tre processi fondamentali: la clonazione, la giunzione genetica e la fusione cellulare. La clonazione degli esseri umani, già possibile da alcuni anni, non è praticata per motivi etici ma resta comunque una possibilità fattibile: da un ovulo femminile si toglierebbe un insieme di 23 cromosomi per impiantare poi un insieme completo di 46 cromosomi presi da una qualunque cellula umana.

Questo porterebbe alla nascita di un individuo predeterminato, replica esatta della fonte dei cromosomi. La giunzione genetica, nota come tecnica del DNA ricombinante, può prevedere l’inserimento di un nuovo gene o la rimozione di un gene indesiderato, migliorando così un aspetto particolare di una specie. La fusione cellulare prevede infine la creazione di una nuova specie ibrida, con esiti tuttora imprevedibili, ma potenzialmente possibili. Dopo quindici anni dalla pubblicazione del libro i passi in avanti della genetica sono stati tanti e la teoria di Alford, di un intervento “esterno”, sembra avere basi ancora più forti, rendendo plausibile quindi che 200.000 anni fa fu utilizzata una tecnologia simile a quella dei giorni nostri.

di  Diego Nicoloso

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