Il Diluvio Universale secondo le Tavolette sumere e La Fuga degli Anunnaki

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Il Diluvio Universale secondo le Tavolette sumere e La Fuga degli Anunnaki

 

Che cosa fu, in realtà, questo Diluvio Universale, che con la furia delle sue acque spazzò tutta la Terra al punto da costringere a gran parte degli Anunnaki a lasciare la Terra? Secondo alcuni si tratterebbe di una delle consuete inondazioni annuali della piana dove scorrono il Tigri e l’Eufrate, un’inondazione particolarmente violenta che sommerse campi e città, uomini e animali; e i popoli primitivi, vedendo in essa una punizione divina, cominciarono a diffondere la leggenda del Diluvio.
In uno dei suoi libri, Excavations at Ur («Scavi di Ur»), Sir Leonard Woolley racconta che, nel 1929, mentre volgevano al termine gli scavi presso il Cimitero Reale di Ur, gli operai videro un piccolo pozzo, nei pressi di una collinetta poco lontana, e cominciarono a scavare in quel punto.

A circa un metro di profondità, raggiunsero uno strato di fango indurito, che di solito segna il livello in cui, nella zona interessata, è cominciata la civiltà.

Ma era davvero possibile che millenni di vita urbanizzata avessero lasciato solo un metro di strato archeologico? Sir Leonard fece proseguire gli scavi di un altro metro, poi di un metro e mezzo: si trovava ancora “suolo vergine”, cioè fango privo di tracce di abitati umani.

Ma dopo aver scavato per oltre tre metri, gli operai arrivarono a uno strato che conteneva frammenti di vasellame e utensili di selce: tracce, dunque, di una civiltà antichissima, sepolta sotto più di tre metri di fango!
Sir Leonard si precipitò a scendere per esaminare il materiale.

Chiamò i suoi assistenti per avere la loro opinione, ma nessuno sapeva avanzare una teoria plausibile. Fu la moglie di Sir Leonard ad affermare, quasi per caso: «Beh, ma è ovvio: sarà il Diluvio».
Altre delegazioni archeologiche che operarono in Mesopotamia, però, gettarono dubbi su questa fantastica
intuizione.

Lo strato di fango privo di tracce di abitati umani indicava sì un’inondazione; ma mentre i depositi di Ur e alUbaid collocavano tale alluvione tra il 4000 e il 3500 a.C, un analogo deposito scoperto più tardi a Kish venne datato intorno al 2800 a.C. Sempre al 2800 a.C. vennero datati degli strati di fango trovati a Erech e Shuruppak, la città del Noè sumerico.

A Ninive gli archeologi trovarono, a una ventina di metri di profondità, non meno di 13 strati alternati di fango e sabbia di fiume, databili tra il 4000 e il 3000 a.C.

Molti studiosi ritengono perciò che quelle che Woolley trovò erano tracce di diverse alluvioni locali, avvenimenti non rari in Mesopotamia, determinati dalle periodiche piogge torrenziali, dalle impressionanti piene dei due grandi fiumi e dai frequenti cambiamenti del loro corso. Tutti questi strati di fango, hanno concluso gli studiosi, non indicavano quella immensa calamità, quel monumentale evento preistorico che il Diluvio dovette essere.
L’Antico Testamento è un capolavoro di brevità e precisione letteraria. Ogni parola è scelta per comunicare un significato ben preciso; i versi sono ordinati secondo un piano prestabilito e nessuno è mai più lungo del necessario.

L’intera storia dalla Creazione fino all’espulsione di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden è raccontata in soli 80 versi; 58 ne occorrono per la genealogia completa di Adamo, anche quando viene separata tra la linea di Caino e quella di Seth ed Enosh.

Ma alla storia del Diluvio Universale sono dedicati ben 87 versi. In termini giornalistici, si tratta di una storia “che fa notizia”: lungi dall’essere un evento puramente locale, fu una catastrofe che coinvolse tutta la Terra, tutta l’umanità.

Nei testi mesopotamici si dice a chiare lettere che l’evento interessò “i quattro angoli della Terra”.
Si trattò dunque di un momento cruciale, un vero  spartiacque nella preistoria della Mesopotamia: vi furono
avvenimenti, città e genti prima del Diluvio e altri avvenimenti, città e genti dopo il Diluvio; vi furono le gesta degli dèi e la “sovranità” che essi portarono dal cielo prima del Diluvio, e il corso che gli eventi divini e umani presero a seguire quando la sovranità venne riportata sulla Terra dopo il Diluvio.Riferimenti al Diluvio si ritrovano non soltanto negli elenchi completi dei re, ma anche in testi che parlavano dei singoli sovrani e dei loro antenati.

Uno, per esempio, riguardante UrNinurta, parlava del Diluvio come di un avvenimento molto lontano nel tempo: Quel giorno, quel lontano giorno, quella notte, quella notte remota, quell’anno, quell’anno lontano, quando avvenne il Diluvio.

Il re assiro Assurbanipal, grande amante delle scienze, che fece costruire a Ninive un’enorme biblioteca dove raccolse
un’infinità di tavolette d’argilla, dichiarò in una delle sue iscrizioni commemorative di aver trovato e di saper leggere “iscrizioni in pietra dell’epoca precedente al Diluvio”.

Un testo accadico sui nomi e sulla loro origine precisa che i nomi trattati appartengono a “re vissuti dopo il Diluvio”; uno dei re veniva poi esaltato come appartenente “al seme preservato da prima del Diluvio”. Diversi testi scientifici, infine, citavano come fonti “gli antichi saggi di prima del Diluvio”. No, il Diluvio non fu un avvenimento strettamente locale o una delle periodiche inondazioni.

Fu senza alcun dubbio un evento traumatico che scosse la Terra intera, una catastrofe di tale portata che né gli dèi né gli uomini ne conobbero mai una eguale.I testi biblici e mesopotamici che abbiamo appena esaminato lasciano, tuttavia, alcuni dubbi irrisolti.

Qual era la dura prova che il genere umano dovette sopportare, tanto che la nascita di Noè (“Tregua”) fu salutata come la speranza della fine di ogni sofferenza?

Qual era il “segreto” che gli dèi giurarono di mantenere, e che Enki fu accusato di aver rivelato? Perché il lancio di un veicolo spaziale da Sippar costituiva il segnale convenuto al quale Utnapishtim doveva entrare e chiudersi
nell’arca? Dove erano gli dèi mentre le acque coprivano anche
le montagne più alte? E come mai furono tanto lieti del sacrificio di carne offerto da Noè/Utnapishtim? Cercando con ordine le risposte a queste e ad altre domande,
scopriremo che il Diluvio non fu una punizione premeditata imposta volontariamente dagli dèi e che, benché prevedibile, esso era un evento inevitabile, una calamità naturale nella quale
gli dèi non svolsero un ruolo attivo, ma piuttosto passivo.

Dimostreremo che il segreto che gli dèi giurarono di mantenere era una macchinazione contro l’umanità: nascondere ai terrestri
le informazioni di cui essi disponevano circa il disastro che stava per abbattersi sul pianeta, affinché i Nefilim potessero salvarsi mentre il genere umano periva.
Gran parte di ciò che oggi sappiamo sul Diluvio e sugli avvenimenti che lo precedettero derivano dal testo Quando gli dèi come gli uomini. In quell’opera il protagonista del Diluvio si chiamava Atra-Hasis. Nella parte dell’Epica di Gilgamesh relativa al Diluvio Enki chiamava Utnapishtim “colui che è straordinariamente saggio” – cioè, in accadico, atra-hasis.

Il Diluvio Universale secondo le Tavolette sumere e La Fuga degli Anunnaki
Il Diluvio Universale secondo le Tavolette sumere e La Fuga degli Anunnaki

Gli studiosi hanno avanzato l’ipotesi che i testi che hanno come protagonista Atra-Hasis fossero parti di un precedente racconto sumerico sul Diluvio. Col tempo vennero alla luce tante tavolette babilonesi, assire, canaanite e persino originali sumeriche, che fu possibile ricostruire un quadro generale dell’epica di Atra-Hasis, un’opera assai imponente il cui merito
va attribuito anzitutto a WG. Lambert e A.R. Millard  (AtraHasis: The Babylonian Story of the Flood, «Atra-Hasis:  la storia babilonese del Diluvio»).
Dopo aver descritto il duro lavoro degli Anunnaki, il loro ammutinamento e la conseguente creazione del “lavoratore primitivo”, l’opera racconta che l’uomo (come sappiamo anche dalla versione biblica) cominciò a procreare e a moltiplicarsi, al punto da spaventare Enlil. La terra si estese, la gente si moltiplicò; in quella terra essi vivevano come bestie selvatiche. I loro accoppiamenti disturbavano il dio; il dio Enlil udì le loro parole e disse ai grandi dèi: «Le parole dell’umanità sono diventate oppressive; i loro accoppiamenti mi tolgono il sonno».
Enlil – ancora una volta rappresentato come il persecutore del genere umano – ordinò allora una punizione. A questo punto ci aspetteremmo il sopraggiungere del Diluvio. E invece no A sorpresa, Enlil non nomina nemmeno un diluvio o qualche altro disastro creato dall’acqua, e invoca invece la decimazione dell’umanità attraverso pestilenze e malattie. Le versioni accadiche e assire parlano di “dolori, vertigini,
brividi, febbre”, e poi di “malattie, morbi e pestilenze” che colpirono uomini e animali da quando Enlil aveva messo in atto la sua punizione. Ma qualcosa non funzionò. «Colui che era straordinariamente saggio» – Atra-Hasis – era infatti molto legato al dio Enki, tanto che in alcune versioni, parlando di sé,dice: «Io sono Atra-Hasis e abito nel tempio di Ea, il mio signore».

Con «la mente rivolta al suo signore Enki», AtraHasis lo pregò e lo scongiurò di sventare il piano di suo fratello Enlil: «Ea, o Signore, l’umanità geme; la collera degli dèi consuma la terra.
Eppure sei stato tu a crearci! Fa’ che cessino i dolori, le vertigini, i brividi, la febbre!».
Fin quando non verranno ritrovati altri frammenti di tavolette, non conosceremo per intero la risposta di Enki; per
ora sappiamo soltanto che parlò di qualcosa «…che appaia su quella terra».

Qualunque cosa fosse, quello che è certo è che funzionò: poco dopo, infatti, Enlil si lamentava con gli altri dèi
del fatto che «gli umani non sono affatto diminuiti, anzi sono  più numerosi di prima!».
Passò allora a progettare lo sterminio per fame del genere umano. «Togliamo loro ogni provvista; che il loro ventre rimanga privo di ogni genere di frutta e verdura. A provocare la carestia dovevano essere cause naturali, come la mancanza di pioggia e di irrigazione».

Che le piogge del dio della pioggia siano trattenute nell’alto; e, laggiù, non sgorghi acqua dalle sorgenti. Che il vento soffi e inaridisca il suolo; si addensino in cielo le nubi, ma non scenda da esse una goccia d’acqua.
Nemmeno il mare doveva più dare cibo: Enki ricevette l’ordine di «tirare la sbarra, chiudere il mare», e impedire agli uomini di prendere i suoi frutti.

Ben presto la siccità si fece più aspra e cominciò a diffondere il seme della devastazione.

Enki consigliò al suo fedele servitore di costruire un’imbarcazione, ma quando questi obiettò di non averne «mai
costruito una… tracciami un disegno sul terreno affinché io possa vederlo», Enki gli fornì istruzioni precise e dettagliate sulle misure e sulla tecnica di costruzione. Influenzati dal
racconto biblico, noi di solito immaginiamo l'”arca” come un vascello molto grande, con tanto di ponti e sovrastrutture. Ma il termine biblico – teba -deriva dalla radice della parola che
significa “sommerso”: se ne deve concludere che Enki insegnò a Noè a costruire un sommergibile, una sorta di sottomarino. Secondo il testo accadico Enki parlava di una barca «munita di tetto sopra e sotto», ermeticamente sigillata con “pece dura”. Non dovevano esservi ponti né aperture, «in modo che il sole
non ne veda l’interno». Doveva essere “come una barca di Apsu”, un sulili; ed è proprio il termine usato oggi in ebraico (soleleth) per indicare un sottomarino.
«Che sia», continuò Enki, «una barca MA.GUR.GUR», «unbarca in grado di girarsi e capovolgersi»: solo così, infatti, avrebbe potuto reggere l’urto della valanga d’acqua e tenersi a galla.
Sebbene mancassero solo sette giorni alla catastrofe, la gente non ne sapeva niente. Atra-Hasis inventò la scusa che era necessario costruire il “vascello dell’Apsu” affinché egli potesse andare nella dimora di Enki e cercare di placare la collera di Enlil.

Il popolo ci credette, perché le cose in effetti andavano davvero male. Il padre di Noè sperava che la nascita del figlio segnasse la fine del lungo periodo di sofferenza.

La terra era afflitta da una terribile siccità: in assenza di pioggia, scarseggiava persino l’acqua per bere. Quale individuo sano di mente avrebbe potuto immaginare che di lì a poco sarebbero tutti morti travolti da una valanga d’acqua?
E tuttavia, se gli uomini non erano in grado di comprendere i segnali, i Nefilim sapevano farlo perfettamente. Il Diluvio,per loro, non fu un evento improvviso, ma largamente previsto, anche se inevitabile. Nel progetto di distruzione dell’umanità essi svolsero un ruolo non attivo, ma passivo: non furono loro,
cioè, a causare il disastro; semplicemente, pur avendone riconosciuto i segni, non avvisarono i terrestri dell’imminente catastrofe.
Consapevoli, loro sì, della calamità in arrivo e di ciò che essa avrebbe significato per la Terra, i Nefilim fecero il
possibile per mettere in salvo la pelle; e poiché tutta la Terra sarebbe stata inghiottita dall’acqua, essi non potevano andare che in un’unica direzione: verso il cielo. Perciò, ai primi segni della tempesta di vento che precedette il Diluvio, si precipitarono nella loro navetta spaziale e rimasero in orbita attorno alla Terra fino a quando le acque cominciarono a calare.

Il giorno del Diluvio, come vedremo, fu quello in cui gli dèi fuggirono dalla Terra.

Il segnale al quale Utnapishtim doveva stare attento, radunare tutti nell’arca e chiudersi dentro, era questo:
Quando, all’imbrunire, Shamash farà tremare [la terra] e dal cielo cadrà una pioggia di eruzioni,sali sulla nave e sbarra l’entrata!
Shamash, come già sappiamo, era il responsabile del porto spaziale di Sippar. Non vi è dubbio, a nostro avviso, che ciò che Enki voleva dire a Utnapishtim era di fare attenzione ai primi segni di un lancio spaziale a Sippar. Shuruppak, dove abitava Utnapishtim, si trovava solo 18 beru (circa 180 km) a
sud di Sippar. Poiché il lancio doveva aver luogo all’imbrunire, la “pioggia di eruzioni” che la partenza del razzo avrebbe provocato sarebbe stata certo ben visibile. Anche se i Nefilim erano preparati al Diluvio, il suo arrivo fu comunque un’esperienza spaventosa: «Il rumore del Diluvio… fece tremare gli dèi». Quando arrivò il momento di
lasciare la Terra, gli dèi, «battendo in ritirata, salirono ai cieli di Anu». La versione assira afferma che per scappare gli dèi usarono rukub ilani (“carro degli dèi”).

«Gli Anunnaki si sollevarono» e i loro razzi, come torce, «illuminarono con il loro fulgore la terra circostante».

In orbita attorno alla Terra, i Nefilim videro scene di distruzione che li colpirono profondamente. I testi di
Gilgamesh ci dicono che, via via che l’intensità della tempesta aumentava, non solo «nessun uomo poteva vederne un altro», ma addirittura «non si riusciva a vedere gli uomini nemmeno
dal cielo». Chiusi nella loro navicella spaziale, gli dèi si sforzavano di vedere che cosa stava succedendo sul pianeta dal quale erano appena fuggiti.
Gli dèi si accucciarono come cani contro il muro. Ishtar gridava come una donna in preda alle doglie:
«Gli antichi giorni, ahimè, sono ormai solo argilla»…
Gli dèi Anunnaki piangevano con lei.
Gli dèi se ne stavano lì, seduti a piangere; le labbra strette… tutti quanti.
Anche i testi di Atra-Hasis riecheggiano lo stesso tema. Una volta fuggiti, gli dèi assistettero dall’alto allo scenario di distruzione. Anche a bordo dei loro veicoli, tuttavia, non si può
dire che la situazione fosse idilliaca. Sembra che gli dèi fossero divisi fra più navicelle; la Tavola III dell’epica di Atra-Hasis descrive le condizioni a bordo di una di esse, dove alcuni degli
Anunnaki si trovavano insieme alla Dea Madre.
Gli Anunnaki, grandi dèi, stavano lì seduti, in preda alla sete e alla fame…
Ninti piangeva e sfogava le sue emozioni. Tutti gli dèi piangevano insieme a lei per la sorte della terra.
Ella era sopraffatta dall’angoscia,desiderava ardentemente una birra.
Dove ella sedeva, anche gli altri dèi sedevano in lacrime; accovacciati come pecore a un abbeveratoio.
Con le labbra febbricitanti di sete, essi soffrivano i crampi della fame.
La stessa Dea Madre, Ninhursag, era scioccata dalla  abbandonare la Terra, si domandò ad alta voce –
«Devo davvero salire al Cielo, per abitare nella Casa delle Offerte,
dove Anu, il Signore, ha ordinato di andare?».

Gli ordini impartiti ai Nefilim erano chiari: abbandonare la Terra, “salire al Cielo”. Era uno dei momenti in cui, nella sua orbita, il Dodicesimo Pianeta era più vicino alla Terra,
all’interno della fascia degli asteroidi (“Cielo”), come dimostra anche il fatto che Anu abbia potuto partecipare personalmente alle cruciali riunioni che gli dèi avevano tenuto nell’imminenza del Diluvio.
Enlil e Ninurta – accompagnati forse dall’elite degli Anunnaki, quelli che avevano popolato Nippur – si trovavano
nella stessa navicella, progettando senza dubbio di raggiungere
l’astronave madre. Gli altri dèi, invece, non erano così determinati: costretti ad abbandonare la Terra, si accorsero improvvisamente di quanto erano legati ad essa e ai suoi
abitanti. In una delle navicelle, Ninhursag e il suo gruppo di Anunnaki mettevano in discussione gli ordini impartiti da Anu.
In un’altra, Ishtar gridava: «Gli antichi giorni, ahimè, sono ormai solo argilla»; gli Anunnaki che stavano con lei nella
navicella «piangevano insieme a lei». Enki, ovviamente, si trovava su un’altra navetta spaziale,
altrimenti tutti avrebbero scoperto che era riuscito a salvare il genere umano. Senza dubbio aveva le sue buone ragioni per sentirsi meno depresso, anche perché aveva certamente già progettato anche l’incontro sull’Ararat.
Dalle versioni più antiche sembra di capire che l’arca fu semplicemente trasportata alla regione dell’Ararat dalla forza delle onde, e che una “tempesta da sud” avrebbe spinto l’imbarcazione verso nord. Ma i testi mesopotamici ripetono che Atra-Hasis/Utnapishtim portò con sé un “barcaiolo” di nome Puzur-Amurri (“l’occidentale che conosce i segreti”). A lui il Noè mesopotamico «affidò la struttura [della nave]
insieme al contenuto», non appena cominciò la tempesta.

A che cosa serviva un esperto navigatore, se non a condurre l’arca a una destinazione specifica?
Come abbiamo visto, i Nefilim usarono le cime dell’Ararat come punti di riferimento fin dall’inizio. Essendo le vette più alte di quella regione, era prevedibile che sarebbero state le prime a riapparire dalla coltre d’acqua. Enki, “il Saggio, l’Onnisciente”, lo sapeva bene, e per questo possiamo presumere che avesse dato istruzioni al suo servitore di guidare l’arca verso l’Ararat, pianificando l’incontro fin dall’inizio.

Nel suo racconto del Diluvio, Beroso, le cui parole sono riportate dal greco Abideno, afferma: «Crono rivelò a Sisitro che vi sarebbe stato un Diluvio il quindicesimo giorno di Daisio [il secondo mese] e gli ordinò di nascondere in Sippar, la città di Shamash, tutti gli scritti disponibili. Sisitro fece tutte queste cose, partì per mare immediatamente per l’Armenia, e poi accadde ciò che il dio aveva annunciato».

Beroso ripete poi i dettagli riguardanti gli uccelli mandati in volo perlustrativo. Quando Sisitro (che altri non è che atra-asis rovesciato) fu portato via dagli dèi per abitare nella loro dimora, spiegò prima alle altre persone che stavano nell’arca che si trovavano “in Armenia” e disse loro di ritornare (a piedi) a Babilonia.

Ritroviamo dunque in questa versione non soltanto il legame con Sippar, il porto spaziale, ma anche la conferma che a Sisitro era stato effettivamente detto di «partire per mare immediatamente per l’Armenia» – la terra di Ararat.
Appena sceso a terra, Atra-Hasis uccise degli animali e li arrostì sul fuoco. Non vi è certo da meravigliarsi se gli dèi, esausti e affamati com’erano, «si raccolsero come mosche sull’offerta». D’improvviso capirono quanto importanti fossero l’uomo, gli alimenti che esso coltivava e gli animali che allevava. «Quando alla fine Enlil arrivò e vide l’arca, si arrabbiò», ma poi prevalse il buon senso e la capacità di persuasione di Enki. I Nefilim, infatti, avevano sì riconosciuto le avvisaglie dell’imminente Diluvio, ma si trattava di un evento talmente unico anche per loro, che per molto tempo avevano temuto che dopo di esso non sarebbe stato mai più possibile abitare sulla Terra. Quando scesero sull’Ararat,
invece, videro che così non era: la Terra era ancora abitabile, ma per abitarla avevano bisogno dell’uomo. Enlil fece dunque pace con ciò che restava del genere umano e prese AtraHasis/Utnapishtim
a bordo della sua navicella per portarlo con sé alla dimora eterna degli dèi.
Ed eccoci a una domanda cruciale: in che cosa consistette questa catastrofe, prevedibile e tuttavia inevitabile? Un indizio importante sta nella constatazione che non si trattò di un evento
isolato e improvviso, ma del culmine di una catena di avvenimenti.
Il Diluvio fu preceduto da eccezionali epidemie che investirono uomini e animali e da una tremenda siccità: tale
processo durò, secondo le fonti mesopotamiche, sette “passaggi”, o sur. Fenomeni di questo genere non possono che indicare forti variazioni climatiche e riecheggiano con tutta probabilità l’alternarsi di glaciazioni e periodi interglaciali che hanno caratterizzato la storia della Terra. Scarse precipitazioni,
basso livello delle acque marine e lacustri e inaridimento delle sorgenti sotterranee sono i caratteristici segni distintivi dell’approssimarsi di un’era glaciale. Poiché il Diluvio che ha posto bruscamente fine a queste condizioni fu seguito dalla civiltà sumerica e dalla nostra attuale era post-glaciale, langlaciazione in questione non può che essere stata l’ultima.

La nostra conclusione, quindi, è che gli avvenimenti del Diluvio si riferiscono all’ultima glaciazione della Terra e al suo catastrofico finale.
La perforazione degli strati di ghiaccio dell’Artide e dell’Antartide ha permesso agli scienziati di misurare l’ossigeno racchiuso nei vari strati e di valutare in base a questo il clima
prevalente millenni or sono. Campioni raccolti poi dai fondali marini, come quello del Golfo del Messico, hanno consentito di stimare la temperatura media delle diverse epoche sulla base
della maggiore o minore concentrazione di fauna marina. Oggi, grazie a tutti i dati raccolti, gli scienziati sono in grado di affermare che l’ultima era glaciale cominciò 75.000 anni fa;
circa 40.000 anni fa si verificò un mini-riscaldamento, che lasciò il posto, 38.000 anni fa, a un nuovo periodo più freddo e
più asciutto. Infine, circa 13.000 anni fa, l’era glaciale si interruppe bruscamente e la Terra entrò nella fase di relativa mitezza climatica che ancora oggi la caratterizza.
Confrontando i dati biblici con quelli sumerici, scopriamo che i tempi più duri, quelli della “maledizione della Terra”, cominciarono al tempo del padre di Noè, Lamech. Questi
aveva espresso la speranza che la nascita di Noè (“tregua”) avrebbe segnato la fine delle tremende sofferenze del popolo: ebbene, il suo desiderio fu esaudito nel modo più imprevisto, attraverso il catastrofico Diluvio.
Molti studiosi ritengono che i dieci patriarchi biblici antidiluviani (da Adamo a Noè) corrispondano in qualche
modo ai dieci sovrani antidiluviani citati negli elenchi dei re sumerici. Tali elenchi non attribuiscono i titoli divini DIN.GIR o EN agli ultimi due dei dieci e trattano Ziusudra/Utnapishtim e
suo padre Ubar-Tutu come uomini. Questi ultimi corrispondono a Noè e a suo padre Lamech, e secondo le fonti
sumeriche regnarono per un totale di 64.800 anni fino all’avvento del Diluvio. L’ultima era glaciale, da 75.000 a
13.000 anni fa, durò 62.000 anni; poiché le difficoltà erano cominciate quando Ubartutu/Lamech regnava già, i conti tornano perfettamente e i dati appaiono del tutto plausibili.
Inoltre, le condizioni climatiche più avverse durarono,
´secondo l’epica di Atra-Hasis, sette shar, cioè 25.200 anni. Gli
scienziati hanno trovato prove di un periodo climatico estremamente rigido tra 38.000 e 13.000 anni fa: un lasso di tempo, quindi, di 25.000 anni. Ancora una volta, dunque, le fonti mesopotamiche e le moderne scoperte scientifiche si confermano e si rafforzano a vicenda.
Per risolvere l’enigma del Diluvio, allora, dobbiamo pa globo, inondando terre e città costiere.
Nel 1964, A.T. Wilson della Victoria University, in Nuova Zelanda, avanzò la teoria che le ere glaciali terminassero improvvisamente proprio in seguito a tali slittamenti, che si verificavano non soltanto nell’Antartide, ma anche nell’Artide.
A questo punto, con tutti i testi e i dati che abbiamo fin qui raccolto, ci sentiamo autorizzati a concludere che quello che conosciamo come il Diluvio universale fu il risultato di uno di
questi processi di slittamento nelle acque dell’Antartide di miliardi di tonnellate di ghiaccio, che posero fine bruscamente all’ultima glaciazione.
Sorto pressoché d’improvviso, questo fenomeno provocò un moto ondoso di immane portata che, partito dalle acque dell’Antartide, si diffuse poi verso nord, agli oceani Atlantico, Pacifico, Indiano. Il brusco cambiamento di temperatura deve aver provocato violente tempeste accompagnate da piogge torrenziali.

Muovendosi più velocemente delle acque, le tempeste di vento e gli spaventosi addensamenti di nubi
oscuravano il cielo e annunciavano l’arrivo imminente della valanga d’acqua. Sono esattamente questi i fenomeni che si trovano descritti nei testi antichi. Come gli aveva ordinato Enki, Atra-Hasis mandò tutti a bordo dell’arca mentre egli se ne stava fuori ad aspettare il segnale della partenza. Tuttavia, precisano i testi, egli non riusciva a stare tranquillo fuori dall’arca, ma, in preda all’ansia, continuava «ad andare dentro e fuori, non riusciva a stare seduto, né ad accovacciarsi… aveva il cuore spezzato; vomitava bile». Ma poi:
…la Luna scomparve… L’aspetto del tempo cambiò; le piogge ruggivano dentro le nuvole…
I venti si fecero selvaggi…
…arrivò il Diluvio,
la sua forza si abbatté sulle genti come l’infuriare di una battaglia; nessuno poteva più vedere il suo simile, la distruzione rendeva tutto irriconoscibile. Il Diluvio muggiva come un toro; i venti nitrivano come un asino selvatico. L’oscurità si faceva sempre più fitta; non si vedeva più il Sole.
L’Epica di Gilgamesh è molto precisa quando parla della direzione da cui proveniva la tempesta: essa veniva da s che dovessero arrivare in Mesopotamia dall’Antartide attraverserebbero l’Oceano Indiano dopo aver sommerso le colline d’Arabia e inondato la piana del Tigri e dell’Eufrate. L’ Epica di Gilgamesh ci dice anche che prima che fosse sommersa quella regione con tutti i suoi abitanti furono travolti “gli argini della terraferma”: le linee costiere, cioè, furono invase e spazzate via.
La versione biblica della vicenda del Diluvio parla di una “esplosione delle fontane del Grande Abisso” che precedette l'”apertura delle cateratte del cielo”. Anzitutto dunque, le acque
del “Grande Abisso” (un nome che ben si addice alle lontane, gelide acque dell’Antartide) proruppero dai loro confini di ghiaccio; solo allora cominciarono a scendere fiumi di pioggia
dal cielo. All’inverso, poi, una volta placatosi il Diluvio, le «fontane dell’Abisso si chiusero» e «la pioggia dal cielo si arrestò».
Dopo la prima, immensa ondata di piena, le acque continuarono “ad andare e venire” a ondate spaventose. Poi le acque cominciarono a ritirarsi e “diminuirono” dopo 150
giorni, quando l’arca si fermò tra le cime dell’Ararat. La valanga d’acqua, che era venuta dai mari del sud, verso sud se ne tornò.
Ed eccoci a un’altra importante domanda: come poterono i Nefilim prevedere il momento in cui il Diluvio si sarebbe scatenato dall’Antartide?
Sappiamo che i testi mesopotamici mettevano in relazione il Diluvio e le variazioni climatiche che lo precedettero a sette “passaggi”: senza dubbio il termine indicava il periodico passaggio del Dodicesimo Pianeta in vicinanza della Terra.
Sappiamo che persino la Luna, il piccolo satellite della Terra,
esercita un’influenza gravitazionale sufficientemente forte da
provocare il moto delle maree.
D’altra parte, sia le fonti mesopotamiche che la Bibbia affermano che la Terra tremava quando il Signore Celeste le passava vicino. Non potrebbe darsi, allora, che i Nefilim, osservando i mutamenti climatici e l’instabilità dello strato di ghiaccio dell’Antartide, abbiano capito che il successivo,
settimo “passaggio” del Dodicesimo Pianeta, avrebbe scatenato la catastrofe che prima o poi essi si aspettavano? I testi antichi dimostrano che in effetti fu proprio così.
Particolarmente interessante, dal nostro punto di vista, è un testo di una trentina di righe, scritto in caratteri cuneiformi in miniatura su entrambe le facce di una tavoletta d’argilla lunga sì e no un paio di centimetri. Fu scoperto ad Assur, ma la profusione di parole sumeriche nel testo accadico non lasciano
dubbi sulla sua origine sumerica. Il Dr. Erich Ebeling concluse che si trattava di un inno recitato nella Casa dei Morti, e perciò lo incluse nella sua magistrale opera (Tod und Leben) su morte
e risurrezione nell’antica Mesopotamia. Se la esaminiamo più da vicino, scopriamo che la composizione “invoca i nomi” del Signore Celeste, il Dodicesimo Pianeta, e spiega il significato dei suoi vari epiteti mettendoli in relazione con il passaggio del pianeta nel luogo della battaglia con Tiamat – un passaggio che provoca il
Diluvio! Il testo comincia annunciando che, malgrado la sua forza e la sua grandezza, il pianeta (“l’eroe”) ruota comunque attorno al Sole. Il Diluvio era l'”arma” di questo pianeta.
Sua arma è il Diluvio; Dio la cui arma porta morte ai malvagi.
Supremo, Supremo, Unto…
Che, come il Sole, attraversa le terre; persino il Sole, suo dio, egli spaventa. Invocando il pianeta con il suo “primo nome” – che, purtroppo, è illeggibile – il testo descrive il passaggio vicino a
Giove, verso il luogo della battaglia con Tiamat:
Primo nome:…
tu che schiacciasti la banda circolare e dividesti in due l’Occupatrice, riversandola fuori.
Signore, che al tempo di Akiti riposi nel luogo della battaglia di Tiamat…
Il cui seme sono i figli di Babilonia; tu, che non puoi essere allontanato dal pianeta Giove; e che con il tuo fulgore potrai creare.
Continuando il suo percorso, il Dodicesimo Pianeta è chiamato SHILIG.LU.DIG (“potente capo dei gioiosi pianeti”). Ora si trova nel punto più vicino a Marte: «Dallo splendore del
dio [pianeta] Anu, il dio [pianeta] Lahmu [Marte] è rivestito». Quindi scatena il Diluvio sulla Terra:
Questo è il nome del Signore che dal secondo mese al mese Addar aveva fatto avanzare le acque.
Se analizziamo bene i nomi che il testo presenta, ne otteniamo importanti informazioni relative al calendario. Il
Dodicesimo Pianeta oltrepassava Giove e si avvicinava alla Terra “al tempo di Akiti”, quando cominciava il Nuovo Anno mesopotamico. Al secondo mese si trovava già molto vicino a
Marte; quindi, “dal secondo mese al mese Addar” (il dodicesimo mese) scatenò il Diluvio sulla Terra.
Tutto ciò trova una perfetta corrispondenza nel raccontobiblico, secondo il quale «le fontane del grande abisso
proruppero» il 17° giorno del secondo mese. L’arca andò aposarsi sull’Ararat nel settimo mese; nel decimo cominciarono
a vedersi altre zone di terraferma, e il Diluvio terminò nel
dodicesimo mese, poiché si dice che fu nel “primo giorno del
primo mese” dell’anno successivo che Noè aprì la porta
dell’arca.
Passando alla seconda fase del Diluvio, quando le acque
cominciarono a calare, il testo chiama il pianeta SHUL.PA.KUN.E. L’eroe, il Signore che sorveglia,
che raccoglie tutte le acque, che con le acque zampillanti purifica il giusto e il malvagio; che nella montagna a due cime fermò il… pesci, fiume, fiume; e l’alluvione si placò.
Tra le montagne, su un albero, un uccello si posò.
Il giorno che… disse.
Sebbene alcune righe siano troppo danneggiate per essere leggibili, è evidente la corrispondenza con il racconto biblico del Diluvio e con le fonti mesopotamiche: l’inondazione è
cessata, l’arca si è fermata sulla montagna a vette gemelle; fiumi d’acqua scendono dalle montagne e vanno a riversarsi negli oceani; cominciano a vedersi i pesci; un uccello viene
mandato in perlustrazione fuori dall’arca. La punizione di Dio era finita.
Il Dodicesimo Pianeta aveva oltrepassato il suo “crocevia”; si era avvicinato alla Terra e aveva cominciato ad allontanarsi, accompagnato dai suoi satelliti.
Quando il sapiente griderà: “Alluvione!” –
È il dio Nibiru ["Pianeta dell’Attraversamento”!;
è l’Eroe, il pianeta a quattro teste.
Il dio che ha per arma la tempesta che inonda si volterà indietro e scenderà al suo luogo di riposo.
(Il pianeta, dice il testo, allontanandosi riattraversò poi la
traiettoria di Saturno nel mese di Ululu, il sesto mese dell’anno.)
L’Antico Testamento fa spesso riferimento al tempo in cui il Signore coprì tutta la Terra con l’acqua dell’abisso. Il Salmo 29 dice che il Signore «chiamò le grandi acque» e che queste poi
"ritornarono” da dove erano venute.
Al Signore, o figli degli dèi,
date gloria, riconoscete la sua potenza…
Il suono del Signore sta sopra le acque;
il Dio della gloria, il Signore, tuona sulle grandi acque…
Il suono del Signore è potente, il suono del Signore è maestoso; il suono del Signore rompe i cedri…
Egli fa ballare il [Monte] Libano come un vitello, [il [il Monte]ion fa saltare come un giovane toro.
Il suono del Signore accende fiamme ardenti;
il suono del Signore scuote i deserti…
Il Signore [dis[disse]Diluvio: «Vattene!».
Il Signore, come un re, è sul trono per sempre.
Nel magnifico Salmo 11 – «A Dio levo alta la mia voce» – il
salmista ricorda come, nei tempi antichi, Dio sia apparso e scomparso:
Io ho contato i Giorni Antichi, gli anni di Ohm…
Ricorderò le opere del Signore, le tue meraviglie nell’antichità…
Il tuo corso, o Signore, è deciso; nessun dio è grande quanto il Signore…
Le acque ti videro, Signore, e tremarono; tu emanasti le scintille che spezzano.
Il rumore del tuo tuono fece ondeggiare il mondo e i lampi lo illuminarono; la Terra, scossa, tremava.
[Poi[Poi]le acque fu il tuo corso, la tua rotta nelle acque profonde;e i tuoi passi si allontanarono, nell’ignoto.
Il Salmo 104, esaltando le opere del Signore Celeste, ricorda il tempo in cui gli oceani sommersero la terraferma e poi furono costretti a tornare indietro: Tu hai fissato la Terra nella sua costanza, perché per sempre restasse immobile.
Con gli oceani, come una veste, l’hai coperta; l’acqua si fermò sopra le montagne.
Ma bastò un tuo rimprovero, e le acque fuggirono; all’udire il tuo tuono, si affrettarono ad allontanarsi.
Andarono sopra le montagne, poi giù per le valli fino al posto che hai stabilito per loro.
Un confine hai fissato, che si può oltrepassare; affinché mai più tornino a coprire la Terra.
Ancora più esplicite sono le parole del profeta Amos: Guai a voi che desiderate il Giorno del Signore.
Che ne sarà di voi?
Perché il Giorno del Signore è oscurità, senza mai luce… Muta il mattino nell’ombra della morte,
rende il giorno buio come la notte; chiama le acque del mare e le riversa sopra la Terra.
Ecco, dunque, i fatti che accaddero “nei giorni antichi”. Il “Giorno del Signore” fu il giorno del Diluvio.
Abbiamo già visto come, giunti sulla Terra, i Nefilim abbiano associato i primi regni nelle prime città alle ere
zodiacali, assegnando alle costellazioni dello zodiaco gli epiteti dei vari dèi a esse corrispondenti. Ora ci accorgiamo che il testo scoperto da Ebeling forniva informazioni relative al
calendario non soltanto per quanto riguarda gli uomini, ma anche per i Nefilim. Il Diluvio, ci dice, si verificò nell'”Era della costellazione del Leone”:
Supremo, Supremo, Unto; il Signore la cui corona brillante è carica di terrore. Supremo pianeta: un seggio egli ha posto di fronte all’orbita del pianeta rosso [Mar[Marte]> Ogni giorno egli arde entro il Leone; la sua luce sancisce la sua fulgida sovranità sopra le terre.
Ora possiamo comprendere anche un enigmatico verso dei rituali per il Nuovo Anno, nel quale si afferma che era «la costellazione del Leone che misurava le acque dell’abisso».
Tutti questi dati ci consentono di collocare l’epoca del Diluvio in una cornice precisa, perché, anche se non è possibile, oggi,
accertare dove esattamente i Sumeri ponevano l’inizio di una casa zodiacale, possiamo comunque basarci sulla seguente
tabella, considerata generalmente attendibile.
10860 a.C. – 8700 a.C. – Era del Leone
8700 a.C. – 6540 a.C. – Era del Cancro
6540 a.C. – 4380 a.C. – Era dei Gemelli
4380 a.C. – 2220 a.C. – Era del Toro
2220 a.C. – 60 a.C. – Era dell’Ariete
60 a.C. – 2100 d.C. – Era dei Pesci
Se il Diluvio avvenne nell’Era del Leone, quindi tra il 10860
e 1’8700 a.C, i conti tornano perfettamente: secondo la scienza
moderna, infatti, l’ultima era glaciale terminò bruscamente
nell’emisfero australe circa 12.000 o 13.000 anni fa, e in quello
boreale uno o due millenni dopo.
Il fenomeno zodiacale della precessione conferma
ulteriormente le nostre conclusioni. Abbiamo detto prima che i
Nefilim arrivarono sulla Terra 432.000 anni (120 shar) prima
del Diluvio, nell’Era dei Pesci.
Nell’ambito del ciclo precessionale, 432.000 anni
comprendono 16 cicli completi, o Grandi Anni, e più della
metà di un altro Grande Anno, giungendo quindi all'”era” della
costellazione del Leone.
A questo punto siamo in grado di ricostruire una tavola
cronologica completa di tutti gli avvenimenti di cui le nostre
ricerche ci hanno svelato l’esistenza.
Anni fa Avvenimento 445.000 I Nefilim, sotto la guida di Enki, arrivano sulla
Terra dal Dodicesimo Pianeta. Nel sud della Mesopotamia
viene fondata Eridu, la Stazione Terra I.
430.000 I grandi strati di ghiaccio cominciano a ritirarsi. Il
clima si fa ospitale nel Vicino Oriente.
415.000 Enki procede nell’entroterra e fonda Larsa.
400.000 Il periodo interglaciale si estende su tutto il globo.
Enlil arriva sulla Terra e fonda Nippur come Centro di Controllo della missione.
Enki fissa rotte marittime per l’Africa meridionale, organizza le attività di estrazione dell’oro.
360.000 I Nefilim fondano Bad-Tibira come centro metallurgico per la fusione e la raffinazione dell’oro. Viene
fondato il porto spaziale di Sippar e altre città degli dèi.
300.000 Ammutinamento degli Anunnaki. Enki e Ninhursag creano l’Uomo – il “lavoratore primitivo”.
250.000 Il primitivo Homo sapiens si moltiplica e si diffonde in altri continenti.
200.000 La vita sulla Terra regredisce durante una nuova era glaciale.
100.000 Il clima torna a riscaldarsi.
I figli degli dèi prendono per mogli le figlie degli uomini. 77.000 Ubartutu/Lamech, un essere umano di discendenza divina, sale sul trono di Shuruppak sotto la protezione di Ninhursag.
75.000 Comincia la “maledizione della Terra” – una nuova era glaciale. Tipi umani regressivi popolano la Terra. 49.000 Comincia il regno di Ziusudra (“Noè”), un “fedele
servitore” di Enki. 38.000 Il rigido periodo climatico dei “sette passaggi”
comincia a decimare l’umanità. L’europeo Uomo di Neanderthal scompare, mentre sopravvive l’Uomo di CroMagnon (che vive nel Vicino Oriente). Enlil, deluso dal genere
umano, cerca di distruggerlo.
13.000 I Nefilim, consapevoli che l’avvicinarsi di Nibiru provocherà una spaventosa inondazione,
giurano di lasciar perire l’umanità.
Il Diluvio universale si abbatte sulla Terra ponendo bruscamente fine all’era glaciale.

A cura di Universo7p

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Il Diluvio Universale secondo le Tavolette sumere e La Fuga degli Anunnaki
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