martedì, Maggio 26, 2020
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Caccia in mare al computer degli antichi. Antikythera, mistero da 2000 anni

Un computer creato prima dei chip e dell’elettricità, un misterioso calcolatore ripescato ad inizio novecento di cui non si è mai compreso completamente il funzionamento e un futuristico esoscheletro in grado di rendere possibili esplorazioni sottomarine impensabili sino ad oggi. Sono gli ingredienti della spedizione archeologica che a settembre partirà dalla Grecia alla ricerca del meccanismo di Antikythera, il misterioso congegno creato oltre duemila anni fa e arrivato sino a noi.

“Settembre sarà il momento decisivo – scriveGabriele Beccaria su La Stampa -, quando l’estate greca dilaga ancora con i suoi colori e i suoi profumi. Gli archeologi sono convinti di trovare il secondo esemplare del più antico computer di sempre e aprire così un emozionante spiraglio su ciò che resiste alla nostra volontà di sapere: le meraviglie perdute della tecnologia del mondo classico. A spiegarlo è Michael Wright, curatore del ‘Science Museum’ di Londra: tanti indizi raccolti in anni di studi lo spingono a pensare che il meccanismo di Antikythera – miracolo di miniaturizzazione racchiuso in 30 centimetri per 15 di rame – non resterà un reperto isolato, con tutti gli interrogativi e i rimpianti che una simile condizione induce”.

Antikythera

 

Il primo esemplare del computer dei greci venne scoperto nel 1901 da alcuni pescatori nelle acque vicino ad Antikythera (da cui il nome del misterioso meccanismo), un isolotto sperduto nel Mar Ionio. Sembrava soltanto un blocco di ruggine agli occhi degli archeologi che non diedero tanta importanza allo strano reperto ripescato da un veliero affondato. Quando però lo strano oggetto si ruppe nelle stanze degli archivi del Museo di Atene dov’era custodito, vennero alla luce delle ruote dentate e gli scienziati si accorsero subito di essere di fronte a qualcosa di molto particolare: il più vecchio “elaboratore” del mondo.

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Secondo gli scienziati, il meccanismo di Antikythera era stato costruito per effettuare complicati calcoli astronomici: dal moto del Sole e della Luna nello Zodiaco a quello dei pianeti, ma anche per determinare le eclissi e coordinare questi con il calendario dei giochi olimpici, fondamentale per gli antichi greci.

Costruito 150 anni prima della nascita di Cristo, il computer di Antikythera è composto da una trentina di ingranaggi in bronzo con una sottile dentatura. Gli archeologi, all’indomani della scoperta, parlarono di un capolavoro dell’ingegneria, uno straordinario reperto di tecnologia antica. Poi per un secolo più nulla. Solo nel 2008 infatti, Michael Wright, ex curatore della sezione di Ingegneria Meccanica del Museo delle Scienze di Londra, ha ricostruito l’antico apparecchio. Una copia esatta: con le stesse dimensioni, gli stessi materiali riciclati. E la cosa incredibile è che questa copia, teoricamente, funziona nello stesso modo dell’originale.

Ma il mare della Grecia custodisce almeno un altro di questi strabilianti calcolatori e, a caccia di quello rimasto nel relitto adagiato a oltre 50 metri di profondità, sarà un altro miracolo tecnologico, in questo caso dei giorni nostri, battezzato “Exosuit”. Un esoscheletro che, per i profani, altro non è se non un ingegnoso incrocio tra una muta da sub e un minisottomarino, creato dalla società canadese Nuytco Research. Progettato per ricerche oceanografiche, ha le doti perfette per aggirarsi sui resti di una nave da carico affondata intorno al 60 a.C.: la delicatezza e l’autonomia. L’archeo computer calcolava il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei cinque pianeti allora sconosciuti, gli equinozi, i mesi e i giorni della settimana e le date dei Giochi Olimpici, insomma “archeo” ma mica tanto.

Dotato di mani artificiali, capaci di manipolare oggetti sia piccoli sia grandi e scavare nel fango, l’Exosuit è in grado di arrivare sino a 300 metri di profondità e di rimanere in immersione sino a 50 ore. Tutto questo in collegamento audio/video con la superficie e, in più, eliminando i problemi di decompressione per gli archeosub.

A tentare il recupero ci provò, già nel 1976, Jacques Cousteau con la sua “Calypso”. Ma l’oceanografo francese e il suo equipaggio non riuscirono a prolungare le immersioni mai più di 10 minuti. E così mancarono le scoperte tanto attese. Ora, a settembre, toccherà ad Exosuit e al suo pilota riprovarci.

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