Tesla e il progetto per contattare gli extraterrestri

L’edizione francese di Slate ricorda in un bell’articolo quando gli extraterrestri si cercavano ancora nel sistema solare. Era il lontano 1899, e mentre lavorava nel suo laboratorio di Colorado Springs, l’ingegnere Nikola Tesla si accorse che uno dei suoi apparecchi registrava strane perturbazioni elettriche. “I cambiamenti che notai si producevano periodicamente ed evocavano con una tale evidenza dei numeri e un ordine che non rimandavano a nulla che mi fosse noto – scrisse Tesla in seguito.

Non era il genere di segnali che provenivano dal Sole, dalla Terra, dalle aurore boreali o da perturbazioni atmosferiche. Il fenomeno continuò a interessare Tesla, che diversi anni più tardi spiegò: “Dietro questi segnali elettrici c’era un preciso schema. Sono sempre più convinto di essere stato il primo a sentire il messaggio trasmesso da un pianeta ad un altro.” Cosa successe dopo ?

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Tesla credeva di aver intercettato una comunicazione interplanetaria e per il resto della sua vita lavorò a un sistema che avrebbe permesso di rispondere dalla Terra. Non era l’unico a condurre ricerche di questo genere. Nel XIX secolo, anche un gruppetto di scienziati si era concentrato su come comunicare con altri pianeti. Era stato studiato un sistema di specchi giganti. Oggi, gli astronomi sembrano abbastanza sicuri del fatto che se un giorno entreremo in contatto con civiltà extraterrestri, queste si troveranno molto lontano dalla Terra. Ma nel XIX secolo, sembrava ancora possibile che una vita aliena potesse esistere nel nostro sistema solare,abbastanza vicina perchè riuscissimo a contattarla con un segnale abbastanza forte o luminoso, per comunicare senza dover lasciare la Terra.

Nel 1820, il matematico tedesco Carl Friedrich Gauss fu uno dei primi a descrivere un metodo per riuscire a contattare forme di vita intelligente che potevano vivere sulla Luna : nella tundra della Siberia, si sarebbe potuta costruire una figura gigante, la prova geometrica del Teorema di Pitagora, nella quale gli elementi sarebbero stati così grandi da poter essere visti dalla Luna.

Nel 1840, l’astronomo austriaco Joseph von Littrow ebbe un’idea simile. Propose di scavare delle trincee larghe circa 30 chilometri per formare forme geometriche, di colmarle di acqua e di cherosene e di dar loro fuoco di notte, affinchè fossero maggiormente visibili. Gauss e von Littrow pensavano che se esistevano forme di vita extraterrestri, avrebbero visto queste forme e capito che la Terra era popolata da esseri intelligenti. La matematica sarebbe il linguaggio attraverso il quale comunicare.

egnali luminosi attraverso un telegrafo e specchi giganti

In seguito, l’idea di costruire immense figure geometriche fu abbandonata e gli scienziati proposero di mandare segnali luminosi nello spazio attraverso una sorta di telegrafo planetario, tramite specchi giganti. Carl Friedrich Gauss immaginò un apparecchio composto da centinaia di specchi, ognuno grande circa 1,50 m2. Nel 1874, Charles Cros, inventore francese, lanciò l’idea di focalizzare una luce elettrica verso Marte o Venere, usando specchi parabolici. L’anno seguente, Edvard Engelbert Novius concepì la creazione di un apparecchio dotato di 22.500 lampadine.

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Alla fine del XIX secolo, in Francia venne istituito il Prix Pierre Guzman, destinato a stimolare la ricerca nell’ambito del contatto con altri pianeti. Chi fosse riuscito a comunicare con un pianeta o una stella e a ricevere una risposta avrebbe ricevuto 100.000 franchi francesi.

 

Nessuno dei sistemi a grandi specchi fu realizzato. Nel 1909, William Pickering, l’astronomo americano che per primo aveva ipotizzato l’esistenza di un Pianeta X, un pianeta ipotetico al di là di Nettuno e dei Plutoidi, calcolò che la costruzione di un apparecchio i cui segnali potessero percorrere la distanza tra la Terra e Marte sarebbe costato circa 10 milioni di dollari. Benché pensasse che l’apparecchio avrebbe funzionato, l’astronomo suggerì di avere maggiori prove dell’esistenza di una vita su Marte, prima di spendere tutti quei soldi.

Tesla pensava di possedere importanti elementi indicanti l’esistenza di vita extra terrestre nello spazio. Passò il resto della sua vita a lavorare a una nuova macchina capace di mandare energia su grandi distanze, senza la minima dispersione. Non rivelò nulla su questa nuova macchina e tutti i dettagli sulla sua invenzione scomparvero dopo la sua morte.

Bibliografie e fonti 
Articolo originale pubblicato su Slate.fr

Traduzione a cura di blognews24ore.com

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