La prima città su Marte è progettata da una ricercatrice italiana

Il progetto di Valentina Sumini immagina un complesso di costruzioni che dovrà ospitare la prima colonia umana sul pianeta rosso. Una serie di cupole bianche che complessivamente potrebbero ospitare fino a diecimila persone in un sistema di tunnel sotterranei, che si dipanano come le radici degli alberi

Valentina Sumini guidava, insieme a una professoressa del Mit dove fa ricerca, il team che ha progettato un modo per portare la vita umana su Marte. Una sfera-foresta che si è aggiudicata il concorso «Mars City Design Competition 2017», incentrato sulle città sostenibili su Marte da costruire nel prossimo secolo e sponsorizzato dalla Nasa.

La prima città su Marte è progettata da una ricercatrice italiana

Ha 32 anni, è di Alessandria e da molto tempo studia, lavora e vive a Boston, perché è ricercatrice del Massachusetts Institute of Technology (Mit), dove è nato il progetto che è piaciuto alla Nasa e che permette di vivere sul pianeta rosso. Ci sono voluti cinque mesi di studio, precisissimo, per creare «Redwood Forest», foresta di sequoie, che immagina un complesso di costruzioni che dovrà ospitare la prima colonia umana sul pianeta rosso.

Una serie di cupole bianche che complessivamente potrebbero contenere fino a diecimila persone in un sistema di tunnel sotterranei, che si dipanano come le radici degli alberi. «Ogni cupola sarebbe autosufficiente utilizzando il ghiaccio, la terra e il sole per produrre tutto il necessario a vivere», ha spiegato Valentina Sumini, che adesso sta lavorando a un prototipo in scala.

La prima città su Marte è progettata da una ricercatrice italiana
La prima città su Marte è progettata da una ricercatrice italiana

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Oltre alla connettività tra le cupole, le «radici» che le collegano offrono agli abitanti protezione da radiazioni cosmiche, impatti di micro-meteoriti e variazioni termiche estreme. «Ogni habitat è unico e contribuisce a una diversa foresta di spazi urbani – ha spiegato -. Il progetto è stato realizzato attraverso tecniche computazionali avanzate che hanno reso possibile un’estrema eterogeneità nel design di ogni singolo habitat. Ogni albero infatti è diverso dall’altro e, al tempo stesso, ottimizzato dal punto di vista strutturale e ambientale proprio per riprendere quella varietà che è intrinseca nella natura».

di VALENTINA FREZZATO
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